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La peste in letteratura

Tratto dal sito di Gabriella Codolini  (Sono stati persi i dati di riferimento di questo file Se qualcuno rivendica i diritti di proprietà del testo,  si rivolga alla segreteria 0171/692906)

INDICE

Introduzione ………………………………………………………………… p.2
   
Omero ………………………………………………………………………. p.9
Tucidide …………………………………………………………………….. p.12
Lucrezio …………………………………………………………………….. p.15
Celso ……………………………………………………………………….. p.18
Paolo Diacono ……………………………………………………………… p.20
G. Boccaccio ……………………………………………………………….. p.22
F. Borromeo ………………………………………………………………… p.26
A. Manzoni …………………………………………………………………. p.32
D. Defoe …………………………………………………………………….. p.39
A. Camus …………………………………………………………………… p.41

INTRODUZIONE

Da sempre le grandi epidemie hanno fatto riflettere l’uomo, dapprima da un punto di vista religioso, poi scientifico, quindi metaforico. Per rendersene conto è sufficiente ripercorrere le pagine della letteratura, ad iniziare da quella greca. Il primo testo pervenutoci, testo base della letteratura occidentale, l’ Iliade di Omero, si apre con la grandiosa immagine della peste che colpisce il campo greco. Perché ciò avviene ? Perché gli Achei, giusti vendicatori di un’offesa subita da parte dei Troiani, il rapimento di Elena, moglie di Menelao, re di Sparta, devono subire una tale punizione? Perché di punizione si tratta, come tutto ciò che inspiegabilmente colpisce l’uomo in quei secoli lontani. L’ interconnessione tra l’umano e il divino è stretta e il mondo umano trova una sua giustificazione in quello ultraterreno e viceversa. Gli uomini subiscono l’ira degli dei, che, a loro volta, subiscono le offese degli uomini. La riconciliazione dipende dall’uomo, che deve “indovinare” la causa del risentimento divino. Gli dei, però, sono suscettibili e capricciosi e non è facile risalire al motivo, che ha scatenato la loro collera, e individuare il modo di placarla. Per questo esistono gli “indovini”, individui privilegiati, in grado di decifrare i segni, con i quali gli dei comunicano, e di indicare i rimedi da adottare per ritornare in armonia con loro: tale è Calcante per gli Achei.

Col passare del tempo però, ci si rende conto, almeno tra gli intellettuali, che forse le cose non stanno veramente così. Gli dei, se esistono, non hanno un’indole vendicativa e molti mali hanno cause naturali, anche se ignote. Non si può prevedere il verificarsi di epidemie catastrofiche e non si sanno curare i sintomi delle stesse per ignoranza, ma probabilmente in futuro le cose cambieranno. Ed ecco che Tucidide, sopravvissuto alla peste di Atene del 430 a. C. pur avendola contratta, decide di descriverla minuziosamente. “ Io, per conto mio, dirò come si è manifestato ( il morbo ) e con quali sintomi; così che, se un giorno dovesse di nuovo tornare a infierire, ognuno che stia attento, conoscendone prima le caratteristiche, abbia modo di sapere di che si tratta”. E’ la prima testimonianza di un accostamento laico alla vita e di un embrionale interesse scientifico. Lo storico “deve” far conoscere ai posteri come, “obiettivamente”, si sono svolti i fatti, offrir loro la possibilità di riconoscere i sintomi al nuovo verificarsi di un’epidemia simile e, implicitamente, fornire gli strumenti per arginare la diffusione del male. La sua, quindi, vuol essere una testimonianza reale, una descrizione priva di interpretazioni personali o alterazioni di qualsiasi genere. Con la precisione di un referto medico il passo di Tucidide inizia soffermandosi sugli aspetti esteriori del male, i sintomi e la veloce consunzione del corpo fino alla morte del malato. Ciò che più preoccupa, però, al di là del numero elevatissimo di vittime, è l’impatto psicologico sulla mente dei vivi, che altera i rapporti sociali, che porta gradualmente all’indifferenza per le leggi umane e divine, che sgretola un tessuto sociale minando alla base la possibilità di una convivenza civile. La peste, sembra voler dire lo storico, è tanto più distruttiva quanto più ci si arrende ad essa, quanto più ci si abbandona alla convinzione dell’ impossibilità di debellarla.

E gli autori successivi, che torneranno a trattare l’argomento, faranno tutti proprio questo aspetto, per cui si può dire che la trattazione di Tucidide è divenuta punto di riferimento letterario fino ad oggi.

All’autore greco fa esplicito riferimento Lucrezio, che, nel primo secolo a. C., affronta il problema in un’ottica diversa, secondo una prospettiva che possiamo definire “filosofica”. D’altra parte tutta l’impostazione del De rerum natura risulta una fusione di elementi scientifici e speculativi, tanto che l’opera stessa non trova una precisa collocazione. Fine dichiarato è la volontà di liberare l’uomo dalla paura degli dei e della morte. In un’epoca di profondi  e violenti capovolgimenti storici non c’è da stupirsi che la superstizione si stesse propagando, che si individuasse nella perdita di valori religiosi tradizionali la causa delle guerre civili con il loro enorme spargimento di sangue. Ed ecco che Lucrezio, appellandosi alla concezione epicurea, tenta di riportare i suoi contemporanei sulla via della razionalità, cercando di dimostrare come il mondo ( la natura ) sia regolato da leggi fisse, scientifiche, indipendenti dall’intervento divino. L’ottimismo iniziale ed il rigore logico del ragionamento si perdono in parte nella stesura dell’opera, ma la conclusione della stessa evidenzia l’apprezzamento e lo studio del passo tucidideo sopra citato, che diventa la fonte prima per la ricostruzione letteraria in latino della stessa peste di Atene del 430 a. C..

C’è chi ha voluto vedere in essa il punto più alto del pessimismo lucreziano, il fallimento quasi del suo progetto iniziale: individuate le cause che stanno alla base di catastrofi naturali o epidemie non si possono tuttavia eliminare queste ultime né prevenirle, non sapendo quando si verificano. Di fatto, probabilmente la meditazione di Lucrezio voleva soffermarsi sugli effetti deleteri a cui la perdita di razionalità può condurre l’uomo. A conferma di ciò si può addurre l’insistenza dell’autore sulle conseguenze morali e sociali del contagio e la stessa collocazione del passo come chiusura dell’opera. Dopo una breve sintesi dei sintomi che accompagnano il manifestarsi della peste, infatti, l’autore latino indugia sul comportamento umano, sul venir meno dei sentimenti anche più naturali, sulla disperazione di un’umanità che inconsciamente si rende conto che gli dei non esistono, ma non sa ancora cercare e trovare in se stessa la capacità e la forza per opporsi al male. Solo l’uso della ragione potrà aiutarla e siamo alle soglie della nascita di un pensiero scientifico basato sulla speculazione ma, soprattutto, sulla sperimentazione e sullo studio empirico.

La scienza, intesa in senso moderno, sta muovendo i primi passi e ci lascia testimonianza di ciò Celso, autore vissuto nel primo secolo dopo Cristo, di cui ci è pervenuto il De medicina.

Nel Proemio del suo trattato egli ripercorre la storia della medicina sottolineando il fatto che, originariamente, essa si occupava soltanto delle ferite, che venivano curate ferro et medicamentis, in quanto tutte le altre malattie erano considerate di derivazione divina. Individua in Ippocrate di Cos (460-380 circa a. C.) e nei suoi discepoli coloro che cominciarono a considerare la medicina parte a sè stante rispetto alla filosofia e a riconoscere in essa tre parti distinte: dietetica, farmaceutica e chirurgia. Quanto alla dietetica (= cura delle malattie in particolare e delle epidemie in generale) bisogna arrivare a Serapione di Alessandria ( prima metà del II se. a. C.) per vederla collocata esclusivamente nell’empeirìa ( in usu tantum et experimentis eam posuit, la collocò esclusivamente nella pratica e negli esperimenti ).

Le cose non cambiarono, afferma Celso, finchè venne Asclepiade di Prusa, contemporaneo di Lucrezio ( morì a Roma nel 40 a. C. circa). Egli ( come Lucrezio ) era un atomista e riteneva che ogni malattia nascesse dalla presenza di ostacoli, che impedivano il libero moto degli atomi, di cui ogni corpo era composto. Dal benessere fisico generale dipendeva la possibilità di contrarre o meno malattie. La cura di queste ultime consisteva nel ricreare l’equilibrio iniziale, cioè nella dieta. Di qui deriva il metodo curativo basato sulla “verisimiglianza”, cioè sulla somministrazione o meno di cibi e bevande a seconda degli effetti positivi o negativi registrati in passato, come Celso conferma. Ecco quindi l’importanza della testimonianza, intuita già da Tucidide, soprattutto per quanto riguarda le malattie epidemiche. Nell’impossibilità di individuare le cause del male ci si rassegna cioè fino all’epoca moderna a studiarne i sintomi e a procedere per tentativi con l’intento di arginarne il più possibile la diffusione. Il fanatismo religioso medievale  determinò una battuta d’arresto nel campo della ricerca scientifica. Le grandi epidemie furono di nuovo interpretate come punizioni divine e si cercò di arrestarle ricorrendo a processioni e cerimonie di espiazione.

Ancora una volta la letteratura ci offre pagine significative. Paolo Diacono (720-799 d. C.), storico longobardo che insegnò alla corte di Carlo Magno, nella sua Historia Longobardorum, descrive la peste che colpì l’Italia negli ultimi anni dell’impero di Giustiniano (527-565 d. C.), sottolineando, significativamente, il senso di desolazione e di morte diffusosi, non solo tra gli uomini, ma nello stesso paesaggio: Si poteva osservare come la natura era stata riportata all’antico silenzio: nessuna voce in campagna, nessun fischio di pastore, nessun pericolo di animale contro il gregge, nessun danno ai volatili domestici. Il grano, passata la stagione, aspettava intatto la falce del mietitore; la vigna, senza foglie, rimaneva carica di uva nonostante l’avvicinarsi dell’inverno… Non restava alcuna traccia dei passanti, non si vedeva nessun assassino e tuttavia gli occhi erano stracolmi della visione di cadaveri.

Secondo alcuni critici il passo dell’autore longobardo costituì, con ogni probabilità, un modello per Boccaccio. Quest’ultimo ci offre un dettagliato resoconto della peste che, incominciata in Asia alcuni anni prima (1346), fu portata in Sicilia da navi provenienti dalla Siria e dilagò in Italia, raggiungendo Firenze nell’aprile del 1348: E in quella non valendo alcuno senno né umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da oficiali sopra ciò ordinati e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazione della sanità, né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate, in altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare.

Alla descrizione quasi scientifica dei bubboni e delle macchie della peste fa seguito l’osservazione delle reazioni popolari e del venir meno di ogni forma di solidarietà e di civile convivenza. Lo schema letterario, cioè, si ripete simile a se stesso ma con maggior ampiezza e ricchezza di particolari. Singolari, inoltre, risultano essere alcuni accenni, che sembrano voler sollecitare il lettore ad una lettura anche metaforica dei fatti: la peste materiale non conosce rimedi, ma la peste” morale”, che ne consegue e che può avere nel tempo effetti ben più devastanti, sì. Anche nella disperazione l’uomo deve ricordare di essere uomo, mantenere la propria integrità e rettitudine. L’Introduzione al Decameron si apre con un’indicazione particolare: Boccaccio parlerà della mortifera pestilenza, la quale, per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’innumerabile quantità de’ viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata… . ” Giusta ira di Dio” dunque, eco del fanatismo religioso di un Medioevo che sta per concludersi e che è stato ricostruito al meglio dalle immagini del film di Ingmar Bergman Il settimo sigillo: l’Apocalisse come testo guida, la vita come espiazione, il corpo come strumento di mortificazione, la peste ed ogni male come prova della presenza divina.

Boccaccio, però, non insiste più di tanto e cerca di cogliere il più obiettivamente possibile il diverso comportamento umano: E erano alcuni , li quali avvisavano che il viver moderatamente e il guardarsi da ogni superfluità avesse molto a così fatto accidente resistere… Altri , in contraria opinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e l’andar cantando in torno e sollazzando e il sodisfare d’ ogni cosa l’appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male… Molti altri servavano, tra questi due di sopra detti, una mezzana via, non stringendosi nelle vivande quanto i primi né nel bere e nell’altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi, ma a sofficienza secondo gli appetiti le cose usavano e senza rinchiudersi andavano a torno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare, con ciò fosse cosa che l’aere tutto paresse dal puzzo de’ morti corpi e delle infermità e delle medicine compreso e puzzolente… Alcuni erano di più crudel sentimento…dicendo niuna altra medicina essere contro alle pestilenze migliore né così buona come il fuggir loro davanti: e da questo argomento mossi, non curando d’alcuna cosa se non di sé, assai e uomini e donne abbandonarono la loro città, le proprie case…quasi l’ira di Dio a punire le iniquità degli uomini con quella pestilenza non dove fossero procedesse, ma solamente a coloro opprimere li quali dentro alle mura della lor città si trovassero… .

Tra il 1348 e il 1749, periodo in cui la peste scomparirà definitivamente dall’Europa occidentale, abbiamo testimonianza di focolai di peste presenti in Europa in modo ricorrente ma non paragonabili per diffusione alle epidemie sopra citate.

Fra il 1349 e il 1537 il contagio si diffonde in Italia in aree diverse più o meno ogni due anni. Nel corso del 1400 Napoli è colpita da nove attacchi epidemici con intervalli più ravvicinati nella seconda metà del secolo (1478-1481-1493-1495-1497) mentre Milano è colpita diciotto volte durante il secolo XVI, mediamente ogni due anni fino al 1528 e poi ogni quattro fino al 1550. Nel 1600, invece, assistiamo alla presenza di contagi più violenti e più distanziati nel tempo, culminanti nei due episodi del 1630 e del 1665. Dopo circa un secolo da quest’ultima data, si registrerà un’ultima epidemia di peste nel 1749 a Messina e a Reggio Calabria.

In letteratura troviamo abbondantemente documentata la peste del 1630 nelle pagine de I Promessi Sposi e della Storia della colonna infame di A. Manzoni e in un breve trattato del cardinale Federico Borromeo, il De pestilentia, fonte segreta del Manzoni stesso.

Nel De pestilentia l’autore dedica un capitolo all’origine della peste secondo le capacità umane di previsione. In esso, non mettendo in dubbio che la peste sia anche un’arma dell’ira divina… in base a prove naturali e a quanto affermano pure i sacri Dottori, indaga anche quelle cause della peste che derivano dalla natura, dalla disposizione delle cose e dalla condizione umana: in primo luogo la carestia sorta precedentemente a causa della sterilità della terra e aggravata da atti gravi a dirsi commessi dalla eccessiva libertà militare e dalle bande. Conseguenza di ciò fu lo sfinimento non solo del corpo ma anche dell’animo per cui tale male non era tenuto in alcun conto da persone che desideravano per lo più la morte, e morivano lietamente per non tormentarsi ancora pascolando nei prati e addentando le erbe. Mancò quindi la determinazione nel contrastare la diffusione del male al suo primo insorgere. Si aggiunse poi il fatto che penetrò profondamente negli animi di molti l’opinione che ciò accadesse per opera di alcuni Principi, i quali, per poter realizzare i loro progetti, spargevano questi veleni e infettavano la popolazione. E poiché codeste opinioni risultano abbastanza plausibili tra il volgo e sono accolte con animi creduli, invece di combattere la peste gli animi furono distolti a indagare chi mai fosse stato il macchinatore e l’artefice di una frode così grave. Emergono così le figure degli untori, che compariranno anche nelle opere manzoniane, alcuni dei quali, secondo l’opinione pubblica, confessarono tra le torture di essere stati stipendiati da un grande Principe per quel servizio e quel compito di ungere.

Tra il volgo si diffuse, inoltre, la diceria che gli untori mescolassero agli unguenti anche accordi pattuiti coi Demoni, e che gli stessi unguenti risultassero composti di veleni oltre al veleno vero e proprio della peste. E F. Borromeo conclude: Che tutto ciò sia potuto accadere, facilmente sono portato a crederlo; infatti sia i tossici sia le pozioni magiche sono in grado di annientare la vita e nota è la natura della peste. Il trattatello prosegue con una rassegna di casi prodigiosi e con l’analisi della condizione di Milano nel periodo di maggior diffusione del contagio, cioè tra luglio e agosto. Carri carichi di cadaveri percorrevano le strade e camminando a caso … molti cadaveri cadevano; e i corpi putrefatti di costoro emanavano tali fetori, che gli abitanti delle case vicine erano costretti a uscire e a portarli via.

Non si vedevano persone in giro se non becchini e ladri che, per avidità di denaro, sfidavano il male, saccheggiando le case dei morti.

L’autore non tralascia di sottolineare i pubblici interventi: assunzione di addetti ai lazzaretti, di addetti alle pompe funebri, di scavatori di fosse, di amministratori, di banditori, di guardie e di sorveglianti dei carri. E aggiunge: Ma un altro fatto ancor più ammirevole e straordinario fu osservato, che cioè in mezzo a una folla così vasta di morenti né in città né entro i lazzaretti un solo individuo decedette senza i sacramenti della Chiesa.

Di tali notizie e di altri documenti si servì A. Manzoni per offrire al lettore un quadro completo e realistico della peste di Milano nei cap. XXXI e XXXII de I Promessi Sposi. In essi egli dice espressamente che il suo fine non è soltanto di rappresentar lo stato delle cose nel quale sono venuti a trovarsi i personaggi, ma di far conoscere insieme, per quanto si può in ristretto … un tratto di storia patria più famoso che conosciuto. Ci troviamo cioè di fronte ad una ricostruzione obbiettiva e completa del diffondersi dell’epidemia nel milanese, delle reazioni del popolo e delle autorità civili ed ecclesiastiche. Con esplicito riferimento alle fonti, l’autore non manca di registrare anche le superstizioni, le dicerie, i fanatismi sviluppatisi in quel momento terribile, in cui la popolazione della città fu ridotta di circa tre quarti. E’ possibile così ripercorrere anche cronologicamente gli avvenimenti.

20 ottobre 1629        relazione del protofisico Settala al tribunale di sanità

30 ottobre 1629    il tribunale, in seguito a sinistre notizie, dispone le bullette per chiuder fuori della Città le persone provenienti da’ paesi dove il contagio s’era manifestato

14 novembre 1629 i delegati, dato ragguaglio, a voce e di nuovo in iscritto, al tribunale, ebbero da questo commissione di presentarsi al governatore, e d’esporgli lo stato delle cose. V’andarono, e riportarono: … i pensieri della guerra esser più pressanti …

18 novembre 1629   emanò il governatore una grida, in cui ordinava pubbliche feste, per la nascita del principe, primogenito del re Filippo IV, senza sospettare o senza curare il pericolo d’un gran concorso, in tali circostanze

23 novembre 1629   fu stesa quella grida per le bullette, risoluta il 30 d’ottobre

29 novembre 1629   pubblicazione della grida per le bullette

22 ottobre  o

22novembre  o

29 novembre 1629   un soldato porta il contagio in Milano

primi mesi del 1630    la peste andò covando e serpendo lentamente

30 marzo 1630        i cappuccini assumono l’organizzazione del lazzaretto e il presidente della Sanità … convocati i serventi e gl’impiegati d’ogni grado, dichiarò, davanti a loro, presidente di quel luogo il padre Felice, con primaria e piena autorità

17 maggio 1630      esplode la prima furia popolare contro gli untori dopo che da alcuni era parso di vedere … persone in duomo andare ungendo un assito …

18 maggio 1630      In ogni parte della città, si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti, intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra, sparsavi come con delle spugne … . La città già agitata ne fu sottosopra.

21 maggio 1630      grida contro gli ignoti che hanno scatenato il panico

22 maggio 1630     vengono inviati due decurioni al governatore per esporgli la situazione e qualche tempo dopo, nel colmo della peste, il governatore trasferì, con lettere patenti, la sua autorità a Ferrer

maggio 1630           i decurioni decidono di chiedere al cardinale arcivescovo, che si facesse una processione solenne, portando per la città il corpo di San Carlo – il cardinale rifiuta

11 maggio 1630       … la processione uscì, sull’alba, dal duomo

12 giugno 1630        … le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima

4 luglio 1630           … la mortalità giornaliera oltrepassava i cinquecento

luglio – agosto 1630     periodo culminante dell’epidemia

Manzoni conclude il suo excursus dicendo che, data la quantità di dati e di testimonianze in suo possesso, relativi alla vicenda degli untori, gli è parso che la storia potesse esser materia d’un nuovo lavoro: la Storia della colonna infame. Quest’opera, pubblicata in appendice all’edizione definitiva dei Promessi Sposi nel 1842, esamina gli atti del processo, tenuto a Milano nel 1630, contro presunti untori. E’ evidente in essa la condanna della malafede dei magistrati che si resero responsabili di fatti iniqui: gli imputati furono torturati, le loro case abbattute e, sulle rovine di queste, fu posta una colonna con i nomi dei “colpevoli”, a loro perenne infamia.

Quanto alla peste che colpì l’Inghilterra nel 1665, abbiamo un’interessante testimonianza di Daniel Defoe, che nel 1722, quando si diffuse il timore di una nuova epidemia, pubblicò A Journal of the Plague Year. Scritto come il racconto di un testimone dell’epidemia del 1665, il commerciante H. F., l’opera di Defoe si propone di mettere in guardia i lettori sul pericolo della peste e di informarli sul possibile modo di tenere sotto controllo la malattia, ma è anche un’analisi interessante e convincente del comportamento umano in condizioni di paura e di stress. Frutto dell’intervista dei sopravvissuti e dello studio attento della documentazione storica, lo scritto evidenzia particolari talmente realistici e terrificanti da sembrare autentici e plausibili ricordi di un testimone oculare, anziché l’opera di uno scrittore che aveva solo cinque anni nel 1665.

Completamente diversa dalle opere precedenti, finora analizzate, risulta essere La peste di A. Camus, ricostruzione immaginaria e metaforica di un’epidemia. Il rigore descrittivo può indurre accidentalmente il lettore a credere che siano riportati fatti realmente accaduti, ma non è così. Ciò risulta evidente fin dall’inizio del racconto, in cui l’autore dichiara che I singolari avvenimenti che danno materia a questa cronaca si sono verificati nel 194… a Orano, lasciando in sospeso la data esatta, ma indicando un periodo ben preciso della storia e parlando, quasi per contraddizione, di cronaca. A ciò si può aggiungere l’avvertimento esplicito nelle parole di Daniel Defoe, che introducono il romanzo: Si può rappresentare nello stesso modo un imprigionamento per mezzo di un altro come si può descrivere una qualsiasi cosa che esiste realmente per mezzo di un’altra che non esiste affatto.

La peste materiale diviene peste morale, epidemia ideologica che ha portato alla follia della seconda guerra mondiale e a tutte le aberrazioni storiche ricorrenti in diverse epoche e in diverse guerre, per cui Camus può concludere il romanzo con la presa di coscienza del protagonista, che deve essere presa di coscienza e campanello d’allarme per ogni uomo: … Ascoltando, infatti, i gridi d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: Sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine d’anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura o insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.

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